05/03/2015 – Riflessione sul valore simbolico e paradossale della discarica di Vespia


La PARTECIPAZIONE della cittadinanza ai problemi dei propri territori è fondamentale! Il diritto alla SALUTE è fondamentale! RIFIUTI ZERO è l’unica soluzione!


Dal COMITATO “LA VOCE DEI MONTI PELATI” RICEVIAMO e PUBBLICHIAMO quanto segue a scopo divulgativo


bannerEra il 1989, data per molti aspetti evocativa, quando fu decisa la creazione di un tranquillizzante ente preposto alla tutela della salute e all’ambiente, l’ASA “Azienda Servizi Ambientali”, che avrebbe successivamente raggruppato più di 50 amministrazioni comunali e 4 Comunità Montane, con un bacino di utenza di più di 80.000 cittadini.

Pochi avrebbero pensato che nel corso dei mesi successivi alla sua nascita, l’ASA si sarebbe transustanziata in un carrozzone consortile con diramazioni in innumerevoli attività a scopo di lucro o di pura occupazione del potere: dalle segherie alle case di riposo, dai cimiteri ai distributori di carburanti, dalla moltiplicazione dei consigli di amministrazione e collegi sindacali, alla creazione di posti di lavoro effettivi e fittizi e alla moltiplicazione di clientele di vario genere, alle truffe più o meno legalizzate, affari per miliardi e miliardi di lire di quel tempo. Affari che apparivano trascendere una logica di semplice spartizione politica per assumere connotati organizzativi ancora più complessi e con lineamenti di natura marcatamente mafiosa.

Del resto, il Nord Ovest offriva un ecosistema molto promettente per chi era specializzato in controllo del territorio e delle amministrazioni locali le cui concessioni e appalti in materia edilizia e servizi pubblici rappresentavano un boccone strategico.

A sorprendere non è tanto la gravità dei fatti, ma la coltre collusiva o omertosa che soffocava e soffoca ogni loro racconto e rappresentazione comprensibile.

Ma ricordiamo alcuni fatti:

Di questa spregiudicata operazione, iniziata con la nascita dell’ASA e che continua ancora oggi in un vortice di riorganizzazioni amministrative intorpidite, conserviamo una narrazione ormai non controversa e 3 certezze.

Quale sito è il più appropriato per realizzare una discarica nell’Alto Canavese? Dal 1992 ad oggi, per il Comune di Castellamonte e le varie amministrazioni di differente orientamento che l’hanno governata, il sito ideale é quello di Vespia, un sito intuitivamente inadatto (a pochi metri da una corrente fluviale), sottoposto non solo a vincolo idrogeologico ma anche a vincolo paesaggistico.

Così, all’inizio degli anni ’90, su parere motivato favorevole della Commissione Paesaggistica locale, la discarica viene progettata e realizzata in tutta fretta. Il progetto è corredato da una snella ponderazione dei vari rischi, evidenzia un sintetico approfondimento delle sue peculiari caratteristiche idro-geologiche, stranamente molto simili a quelle di altri siti già realizzati in varie parti d’Italia ed è redatto in conformità ad analisi, pratiche e dettami tecnici che alcuni esperti rilevano essere già all’epoca scientificamente logori e un pò improvvisati.

Naturalmente il progetto stima come “necessaria urgente e indifferibile” l’apertura della discarica per 380.000 mc. di RSU, rifiuti solidi urbani e assimilati. L’autorizzazione che permette l’apertura ne decreta come improrogabile la chiusura, entro e non oltre il 31 agosto 1998.

E’ circostanza notoria, confermata dai tecnici dell’ARPA, da alcuni coraggiosi ex-addetti allo smaltimento e da ogni carotaggio profondo effettuato, che nella discarica dal 1992 al 2011 è stato smaltito di tutto, dagli olii esausti alle lavastoviglie, dalle batterie esaurite all’amianto, a ogni sorta di residuo chimico tossico.

Vespia oggi é una discarica mefitica e altamente inquinante di oltre 530.000 mc. di rifiuti di ogni genere e pericolosità che giace in stato di sostanziale abbandono da più di 3 anni a causa dell’esaurimento della capacità autorizzata e commissariamento, fallimento e liquidazione coatta dell’ASA, l’ente che la gestiva contemporaneamente ad altre mille iniziative in costante disavanzo.

In una valle stretta e a imbuto, la discarica oggi appare come un enorme tumescenza ricoperta da plastiche a basso costo in via di disgregazione e copertoni, ingoffita da rigonfiamenti, spanciamenti e collassi. La discarica produce mensilmente migliaia di tonnellate di percolato e una quantità mai calcolata di polveri sottili, gas e altri inquinanti atmosferici. Il percolato tracima senza soluzione di continuità nel sottostante torrente Malesina e da lì, costituendo la principale risorsa idrica per migliaia di ettari coltivati, scorre nel bacino idrografico del fiume Orco e successivamente nel Po’.

Ma ritorniamo ancora indietro nel tempo. Poco dopo la realizzazione di questa prima insigne iniziativa “ambientale”, dal 1995, il castello delle partecipazioni di ASA si è andato estendendo sia in senso orizzontale che in senso verticale, occupando quasi tutti i gangli dell’economia locale, con particolare attrazione verso ogni settore promosso per mezzo di finanziamenti pubblici e comunitari, erogazioni a fondo perduto, sussidi in conto capitale, fondi di scopo, facilitazioni di vario genere, comprendendo i progetti più bislacchi, improbabili e insostenibili, non solo economicamente.

Il nucleo originario dell’oggetto consortile di ASA, di natura eminentemente pubblica, il cuore del proprio scopo statutario e amministrativo, costituito dalla salvaguardia della salute e dell’ambiente, si diluiva a tal punto da rappresentare una percentuale infinitesimale della sua cifra d’affari. Gli interessi privati dei capobastone di turno si dilatavano progressivamente favoriti dalla natura equivoca, semipubblica del veicolo ASA, che si ramificava in mille iniziative speculative e  permetteva una generosa allocazione di risorse fra le varie clientele nel perimetro dei più di 50 comuni di riferimento. Nella generosa svagatezza di centinaia di organi di controllo pubblici e privati, il passivo di ASA e delle sue controllate e partecipate nel 2012 superava ampiamente il limite abissale dei 100 milioni di Euro.

Tornando ai nostri giorni, da circa un anno lo smaltimento dei rifiuti, ereditato dall’ASA assieme alle sue autorizzazioni, è stato affidato ad una società privata, l’Agrigarden srl., che con un esborso di poco più di 150 mila Euro, con gara d’appalto con un solo partecipante, si è aggiudicata il diritto di smaltire, in 3 anni, circa 110.000 mc. di RSU e assimilati ad una tariffa minima garantita, di 103,88 Euro a tonnellata (al netto di ogni tributo e altro onere e soggetta a possibili maggiorazioni), assicurandosi un flusso di cassa netto, minimo e garantito di più di 11 milioni di Euro (all’ulteriore netto della raccolta dei rifiuti, affidata ad altra società privata, la TeknoService srl., per circa 8 milioni di Euro, che solo l’anno scorso a mosso i primi concreti passi verso la differenziazione della raccolta).

– delle 3 certezze già menzionate, la prima è che da 80 a 90 milioni di Euro è l’entità attuale del buco nero patrimoniale ( le cui cause sono ancora avvolte nel mistero) di ASA, derivante dalle insolvenze accumulate da ASA in 24 anni di vita, la cui procedura fallimentare e di liquidazione coatta amministrativa è tuttora in corso.

–  la seconda certezza è che da 11 ai 15 milioni di Euro sono stati sottratti da un fondo (che per legge avrebbe dovuto essere vincolato) a copertura dei rilevanti costi per la chiusura e gestione post-operativa trentennale della discarica di Vespia (e Rivarolo Can.se).

– la terza certezza, è che nonostante la discarica sia stata dichiarata mal concepita, mal realizzata e inquinante da vari servizi tecnici tra cui l’ARPA e il piano di bonifica, teoricamente in corso d’esecuzione non sia stato portato a compimento, esigenze di carattere naturalmente emergenziale e indilazionabili e ovviamente collegate a interessi superiori a salvaguardia dell’ambiente e salute pubblica, ne rendono ora impellente la riapertura per una capacità di ulteriori circa 110.000 mc.

In retrospettiva, l’impatto sulla credibilità pubblica della vicenda ASA è urticante. A vario titolo ne sono stati e ne sono tutt’oggi coinvolti uffici, organi e dipartimenti di amministrazioni comunali, provinciali e regionali e statali – considerando anche sezioni della prefettura e della questura, commissariati straordinari; considerando inoltre interpellanze, denunce, diffide, esposti inoltrati all’attenzione di organi giurisdizionali di vario grado investiti a vario titolo di decisioni su contenziosi di natura penale, civile, amministrativa e contabile, organi di controllo e di polizia – (circa, mal contati, più di 5.000 dipendenti pubblici che si sono direttamente o indirettamente occupati della vicenda).

Questo è lo schema che, fra poche settimane ci verrà riproposto, con il rilascio di un’autorizzazione integrata ambientale per l’ampliamento della discarica di Vespia, con pochi adattamenti (più enfasi sullo scopo privato di massimizzare i profitti, come si dice, efficientando lo smaltimento; più evidente il traffico di mazzette “legalizzate”). Mentre, per coincidenza, il labirintico percorso procedurale amministrativo, da poche settimane, si è prodigiosamente semplificato. Quasi tutti i procedimenti sono confluiti in uno solo: quello del rilascio dell’AIA, la cui istanza è stata presentata da Agrigarden in aprile 2014, ricomprendendo oltre all’ampliamento anche una riprofilatura. Autorizzazione che se rilasciata nei prossimi giorni, verrebbe rilasciata in tempi veramente sospetti.

Le tracce della bonifica ancora in corso, felpatamente, hanno perso visibilità procedurale in una dimensione di dati conflittuali, allarmanti, ma mai ponderabili come definitivi o indicativi di un inquinamento dovuto a circostanze sempre atipiche e mai croniche o strutturali.  

Questo il paradosso: la sfera privata criminale travolge quella pubblica, confondendosi in essa, senza che nessuno dissenta razionalmente. Si mercifica la salute pubblica e l’ambiente finanziando iniziative che pur targate a tutela della salute e dell’ambiente, alimentano quasi esclusivamente tornaconti individuali, spesso con chiari connotati mafiosi. E’ troppo facile osservare che con i circa 100 milioni sottratti si sarebbero potuti finanziare servizi pubblici locali di eccellenza, presidi medici e pronto soccorsi capillari, scuole d’avanguardia, asili alla portata di tutti, pensioni minime decorose (integrati dalla fiscalità locale), nuovi posti di lavoro a tutela e non per la distruzione del territorio.

Platone diceva che “la pena inflitta ai cittadini buoni che non si occupano della cosa pubblica è rappresentata dalla malvagità dei politici che li amministrano”.

Ancora più alla radice, l’antico testamento affida all’essere umano la terra “affinché la abiti e la custodisca”.   

Da qui scaturisce la portata simbolica della discarica di Vespia. Il passo dalle nebbie della creazione al presente è breve. Oltre a permettere di stuprare la terra, col nostro atteggiamento e i nostri soldi favoriamo e finanziamo non solo ladri e truffatori, ma anche clientele e frange parassitarie che: a) millantano riduzioni di sprechi e sacrifici indifferibili di diritti sociali, truccando rozzamente bilanci pubblici e piani finanziari; b) evasori che vogliono nascondere la produzione di rifiuti per far risultare meno attività, meno ricavi e meno gettito; c) criminali che smaltiscono a minor costo (quello degli RSU) rifiuti speciali, tossici e pericolosi e perché no, radioattivi; d) cosche che riciclano denaro capillarizzando la propria presa sul territorio, finanziando il voto di scambio e la corruzione.

Certo, è vero che ogni discarica ha il suo Comitatino. Ma è anche vero che dagli anni ‘90 a Vespia si è messa in scena, con sinistra profondità, la rappresentazione di quanto l’illegalità con connotati mafiosi, sia diventata virale e ormai appartenga per definizione alla nostra cultura locale.

http://www.vocedeimonti.org/
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